L’ALTRO RISORGIMENTO, FEDERALISMO E QUESTIONE SOCIALE

Redazionale

Solitamente quando si parla di Risorgimento, almeno per come ci hanno insegnato a studiarlo dai libri di testo a scuola, è ovvio che la nostra mente vada subito a focalizzare l’insieme degli eventi che lo caratterizzarono come un movimento di idee e di azioni tutte protese alla scacciata dello straniero ed alla conquista di un’Italia Stato/Nazione, libera e indipendente. In realtà, non è cosi, o meglio non è del tutto così, perché il Risorgimento non è stato solo questo ma anche altro.

Non a caso, fra gli storici, c’è chi fuori dal coro della storiografia ufficiale ama parlare anche di un Risorgimento Altro, di quel Risorgimento che in sintonia con la “Questione Sociale” che iniziava di già all’epoca ad emergere oltralpe, e soprattutto in Francia, si proponeva obiettivi che andavano ben al di là del mero problema dello Stato/Nazione, se non addirittura a differenziarsi nettamente dagli stessi, sia nelle idee che nelle azioni.

Insomma, oltre il Risorgimento dello Stato unitario nazionale c’è un Risorgimento volutamente dimenticato dalla storiografia “ufficiale”: il Risorgimento Federalista, un Risorgimento non prettamente politico bensì con profonde venature sociali, un Risorgimento dalla cui espressione più radicale muoverà i suoi primi passi il primo Socialismo Anarchico in terra d’Italia con le idee e l’azione di Carlo Pisacane. Pertanto, quale ulteriore contributo al dibattito, in questi giorni in cui il tam tam mediatico di regime, in occasione del 150° dello Stato unitario nazionale, vuole a tutti i costi uniformarci al suo Risorgimento, dopo la pubblicazione del brano di già postato di Carlo Pisacane, pubblichiamo di seguito dei brani tratti dal libro di Gigi Di Lembo, IL FEDERALISMO ANARCHICO IN ITALIA, la dove si affronta per l’appunto la questione federalista nell’ambito del periodo risorgimentale.

 

 

«Le idee federaliste nel primo risorgimento: da Carlo Cattaneo a Carlo Pisacane

 

L'idea federalista fu ben presente nel movimento per l'unità d'Italia. Non è un caso che le prime proposte in tal senso vengono, nel trentennio postnapoleonico, dagli ambienti cattolici più "avanzati". Di fronte alle continue insorgenze liberali che ponevano l'Italia all'avanguardia delle inquietudini dell'Europa della "restaurazione", erano stati i cattolici Niccolò Tommaseo e Vincenzo Gioberti a proporre una Federazione tra gli esistenti stati italiani, sotto il patronato pontificio, in funzione antiaustriaca ma assieme rassicurante per Vienna, liberaleggiante ma assieme moderata per le varie dinastie della penisola.

In pratica era una soluzione diplomatica, tra stato e stato, atta a dare lo sbocco più indolore possibile alle richieste di partecipazione al potere della borghesia (richiesta di una Costituzione). Una borghesia che vedeva giustamente i maggiori ostacoli alla propria ascesa nell'Austria e nel Vaticano,in quanto tutori dell'assolutismo teocratico monarchico (richiesta dell'unità). In questo quadro la soluzione federalista alla Gioberti non aveva veramente senso e venne nei fatti travolta dalle insurrezioni del 1848, di fronte alle quali i regnanti italiani, Papa compreso, dopo aver giurato costituzioni liberali e guerra all'Austria, chiamarono quest'ultima a ristabilire l'ordine assoluto.

Il '48 fu il momento delle insurrezioni in nome della repubblica da Palermo a Milano, da Venezia a Roma e se qui ci fu la repubblica unitaria di Mazzini, a Milano ci fu quella federalista di Cattaneo e Ferrari. Del resto tra i difensori di Roma, Garibaldi era tendenzialmente federalista e Pisacane ne sarebbe diventato l'esponente più radicale. Il federalismo di questi esponenti era accomunato da una visione rivoluzionaria e non diplomatica del problema. Un fattore che lo distingueva nettamente dal federalismo cattolico ma non per questo era omogeneo al suo interno,anzi. Abbiamo accennato a Mazzini come unitario. Mazzini in verità articola la futura sistemazione istituzionale del paese in un Governo centrale, rappresentante la Nazione e direi quasi il concetto di Nazione, ma contro bilanciato da una ampia libertà dei Comuni urbani. Questi avrebbero dovuto inglobare anche i distretti rurali, visti come passivi ed arretrati.

Tra i due poli, governo centrale e comune urbano, le Regioni che già prefigurava in 12. In pratica un macchinoso decentramento a tavolino sulla falsa riga delle esperienze dei giacobini francesi che nulla lasciava ad un genuino federalismo. Per quanto riguarda Garibaldi, il suo federalismo rispondeva all'anelito di libertà che questi portò in tutta la sua azione politica e militare ma non ebbe mai spessore teorico e, come vedremo, fu comunque subalterno al suo pragmatismo operativo. Con Carlo Cattaneo entriamo nell'area culturale e politica che elabora con ben altra articolazione l'idea dell'autonomismo e diventa vero e proprio federalismo. Federalismo non solo come strumento di buon governo ma come pietra angolare dell'unificazione ed anzi come vero movente di questa. Così all'indomani delle "cinque giornate di Milano" Cattaneo non esita ad attaccare Mazzini e dargli di venduto perché chiedeva l'intervento sabaudo.

La posizione di Cattaneo non si basava su concezioni di mitici primati della nazione italiana ma su solide analisi scientifiche , sull'altrettanto solido buon senso lombardo e sullo studio della tradizione amministrativa austriaca. Elementi sostenuti da un profondo ideale di vita civile. In sostanza partiva dalla unicità nella diversità del mondo sia sul piano culturale che economico: "I popoli devono farsi continuo specchio fra loro perché gli interessi della civiltà sono solidari e comuni; perché la scienza è un'arte, l'arte è una, la gloria è una. La nazione degli uomini studiosi è una sola, è la nazione di Omero e di Dante, di Galileo e di Bacone, di Volta e di Linneo. ...È la nazione delle intelligenze che abitano tutti i climi e parla tutte le lingue." Di qui la critica ad ogni pretesa di "primato italiano" tanto caro a Mazzini. "Noi abbiamo per fermo che l'Italia debba tenersi soprattutto all'unisono coll'Europa e non accarezzare altro nazional sentimento che quello di serbare un nobil posto nell'associazione scientifica dell'Europa e del mondo" Sul piano economico poi per Cattaneo era ancor più evidente l'interdipendenza dello sviluppo. Era da queste premesse che Cattaneo arrivava al federalismo più radicale in campo repubblicano. "Ogni stato italiano istituisca il proprio regime rappresentativo, i singoli stati si confederino con un patto di solidarietà perpetua contro ogni pericolo esterno. Ciascuno stato proceda alla Federazione Italiana quel tanto di sovranità locale che sia necessario per assicurare solidità al nodo nazionale" Sovranità rappresentata da un Parlamento Nazionale che Cattaneo configura, più che altro, come una Alta Corte di Cassazione delle norme locali palesemente contrarie agli interessi nazionali. Parlo di "locale" e di norme "locali" perchè nel pensiero di Cattaneo i soggetti non erano tanto gli stati territoriali così come si erano andati configurando nella penisola, ma le "patrie locali":"Chi prescinde da questo amore delle patrie locali seminerà sempre sulla rena" Di qui la difesa di Cattaneo, ancora una volta in polemica con Mazzini, del diritto anche del più piccolo comune a mantenere il modo d'essere che gli era proprio"anche se odioso ai suoi vicini". Questa la sua idea centrale che spiega appieno la limitazione delle funzioni del parlamento nazionale: La costruzione di Cattaneo del futuro stato federale italiano non prescindeva dalla organizzazione democratica della sua funzione essenziale: la difesa.

Uno stato veramente federale non poteva avere un esercito stanziale a tipo francese o piemontese, che allora costringeva una parte minima della popolazione a lunghe ferme sotto gerarchie di carriera. Gerarchie che divenivano ben presto caste chiuse e reazionarie. Un esercito molto costoso ed inoltre al momento decisivo,quello dello scontro, inadatto a suscitare la partecipazione viva di tutte le forze nazionali. Lo stato federale poteva poggiare solo sulla "nazione armata" sul modello elvetico. In Cattaneo non è assente la preoccupazione verso le disuguaglianze sociali, anzi, ma queste sono viste già risolvibili nella sua impostazione politico democratica fondata sul policentrismo. Chi introduce il fattore della eliminazione delle diseguaglianze sociali come motivo necessario alla unificazione federale è Giuseppe Ferrari.

Ferrari vive a lungo a Parigi dove stringe amicizia con Proudhon. Come noto quest'ultimo fu uno dei primi a delineare un Federalismo che prescinde dallo Stato e che sposta il soggetto dalle organizzazioni politiche alle libere associazioni sociali o produttive in quanto tali. Questo accompagnato ad una critica radicale della Proprietà. In altri termini il federalismo con Proudhon passa da repubblicano statale a libertario. Ferrari non si pone automaticamente su quella linea. Rimane nell'ambito repubblicano non negatore dello stato o della proprietà in assoluto, ma certo elabora teorie simili e sotto certi aspetti, a mio avviso, più articolate e concrete: "La missione della rivoluzione non è di combattere l'interesse del denaro o l'affitto dei campi e delle case, ma bensì di combattere direttamente l'ineguaglianza primitiva dei beni, il riparto attuale delle fortune sociali, la distribuzione vigente delle ricchezze.".

Di quì l'attacco al principio della ereditarietà come "vera fonte di ineguaglianza" perché è questa a generare un ricco di nascita condannato ad avere una possibilità di istruzione, di ricchezza e di comando,tale da renderlo incapace di confrontarsi con la gran parte dei cittadini della sua comunità fino a renderlo malefico a sé e agli altri. "Il vero problema sociale non cade sul principio di proprietà ma sui limiti suoi, i quali si determinano come tutti i diritti e cioè colla misura dell'utile sancita dal sentimento".

In altri termini, per Ferrari "il diritto di proprietà cessa laddove nuoce all'interesse generale e sociale". In Ferrari il nesso con il Federalismo è dato appunto anche da questo concetto dell'"utile sancito dal sentimento" la cui determinazione può essere valutata solo dalle comunità locali. I comuni non solo come espressione di autonomie politiche ma forme di autorganizzazioni sociali ed economiche. Anzi sono essi la muscolatura del corpo nazionale ma che per essere pienamente tali devono ineluttabilmente federarsi dal basso. Su questo solco si pone Carlo Pisacane che porta alle estreme conseguenze l'interpretazione sociale del problema e lo rielabora con altri elementi fino a congiungersi in pieno con la nuove correnti rivoluzionarie che stavano appunto sorgendo in tutta Europa: quelle del socialismo.

 

Carlo Pisacane: verso il federalismo anarchico

Pisacane dopo il '48 comincia a riflettere appassionatamente sulle cause del fallimento di quella rivoluzione che aveva investito non solo l'Italia ma l'intero continente. È esule, a contatto con Ferrari, con Proudhon, come lo era stato con Cattaneo. Si allontana da Mazzini e si avvicina a Owen e agli scritti di altri precursori del socialismo come Fourier. Pisacane sulla base di quegli studi e delle sue personali esperienze elabora allora per primo una interpretazione classista dei fatti d'Italia, ed assieme a questa teorizza l'assoluto valore operativo e non solo etico della libertà e della volontà individuale. Infine espone l'inconsistenza ai fini liberatori della propaganda se non "per fatti". Per Pisacane quella in atto in Italia non era una lotta di popolo ma della borghesia contro l'assolutismo per impadronirsi della cosa pubblica, ma certo la propaganda dei liberali e l'odio contro lo straniero avevano preso a penetrare anche nelle masse "le quali forse non comprendevano quello che dalli agitatori si voleva ma cominciavano a sentire il bisogno di migliorare" ed erano ormai pronte alla rivoluzione.

Ma quale rivoluzione? "Che sia un Re, un Presidente, un Triunvirato a capo del governo, la schiavitù del popolo non cessa se non cambia la costituzione sociale". Questo non avevano capito i mazziniani nel '48 quando si erano limitati alla rivoluzione"formale" ( cioè politico - borghese). Non appellarsi ai bisogni del popolo aveva isolato da quest'ultimo la rivoluzione nazionale. Bisognava agitare gli interessi materiali delle classi popolari e seminarvi il germe del socialismo. Questo era in Italia il compito di un vero partito rivoluzionario quale non era stato in grado di essere quello mazziniano. "Io son convinto che le strade di ferro, i telegrafi elettrici, le macchine, i miglioramenti dell'industria, tutto ciò finalmente che sviluppa e facilita il commercio è a una legge fatale destinato ad impoverare le masse fino a che il riparto dei benefizi sia fatto dalla concorrenza. Tutti quei mezzi aumentano i prodotti ma li accumulano in un piccolo numero di mani, dal che deriva che il tanto vantato progresso termina per non essere altro che decadenza. Se tali pretesi miglioramenti si considerano come progresso, questo sarà nel senso di aumentare la miseria del povero per spingerlo infallibilmente a una terribile rivoluzione, la quale cambiando l'ordine sociale metterà a profitto di tutti ciò che ora riesce a profitto di alcuni.

Il frutto del proprio lavoro garentito, tutt'altra proprietà non solo abolita, ma dalle leggi fulminata come furto, dovrà essere la chiave del nuovo edifizio sociale...". Un nuovo "edifizio sociale" che, secondo Pisacane,quando fosse costituito, "nei suoi reali e necessari rapporti, esclude ogni idea di governo e, come ben equilibrato edifizio, regge da sè, senza bisogno di fasciature e di rinfianchi". Queste idee Pisacane le puntualizza in un Programma per la rivoluzione in Italia che vede prossima e che intende in tutti i modi accellerare. A quel programma pone come preambolo i seguenti principi:

"Ogni individuo ha il diritto di godere di tutti i mezzi materiali di cui dispone la società onde dar pieno sviluppo alle sue facoltà fisiche e morali. Oggetto principale del patto sociale, il garentire ad ognuno la libertà assoluta. Indipendenza assoluta di vita, ovvero completa proprietà del proprio essere, epperò:

a) l'usufruttazione dell'uomo per l'uomo abolita.

b) Abolizione di ogni contratto ove non siavi pieno consenso delle parti contraenti.

c) Godimento de' mezzi materiali, indispensabili al lavoro con cui deve provvedersi alla propria esistenza.

d) Il frutto dei propri lavori sacro ed inviolabile.

Sul piano politico premetteva:

"I bisogni sono i limiti della LIBERTÀ e della INDIPENDENZA. Questa legge è innegabile ed universalmente sentita. Ogni altra legge o principio non sentito ma predicato... e la gerarchia che viola direttamente libertà ed indipendenza, è contro natura.". ed arrivava coerentemente alle conseguenze:"Le gerarchie, l'autorità, violazione manifesta delle leggi di Natura, vanno abolite. La piramide: Dio, il re, i migliori, la plebe, adeguata alla base ." Sul piano istituzionale non era meno coerente:"Come ogni italiano non può essere che libero ed indipendente, del pari dovrà esserlo ogni Comune. Come è assurda la gerarchia tra gli individui, lo è fra i Comuni. Ogni Comune non può essere che una libera associazione d'individui e la Nazione una libera associazione dei Comuni... L'imporsi per un dato tempo un governo o un assemblea è un assurdo, come lo è per un individuo il costringersi da un voto. È lo stesso che dichiarare la volontà e la determinazione di un momento, arbitra e tiranna della volontà che progressivamente può manifestarsi in avvenire. Di quinci i principi che seguono:

  • le leggi non possono imporsi ma proporsi alla Nazione.
  • I mandatari sono sempre revocabili dai mandanti.
  • Ogni funzionario non potrà che essere eletto dal popolo e sarà sempre dal popolo revocabile.
  • Qualunque nucleo di cittadini, dalla società destinati a compiere una speciale missione, hanno il diritto di distribuirsi eglino medesimi le varie funzioni ed eleggersi i propri capi....

Nel 1857 è con queste idee che si muove per sollevare Napoli e di lì il mezzogiorno che vedeva, non solo da una angolatura militare, come il punto più esplosivo del paese. Alla vigilia di imbarcarsi a Genova per Sapri scriveva nel suo Testamento politico: "Io son convinto che i rimedi temperati, come il regime costituzionale del Piemonte e le migliorie progressive accordate alla Lombardia, ben lungi da far avanzare il risorgimento d'Italia, non possono che ritardarlo.

Per quanto mi riguarda, io non farei il più piccolo sacrifizio per cambiare un ministero o per ottenere una costituzione... Io credo fermamente che se il Piemonte fosse stato governato nello stesso modo che lo furono gli altri Stati italiani, la rivoluzione d'Italia sarebbe a quest'ora compiuta. Questa opinione pronunciatissima deriva in me dalla profonda mia convinzione di essere la propagazione dell'idea una chimera e l'istruzione popolare una assurdità. Le Idee nascono dai fatti e non questi da quelle, e il popolo non sarà libero perché istrutto ma sarà ben tosto istrutto quando sarà libero... L'intervento della baionetta a Milano ha prodotto una propaganda più efficace che mille volumi scritti dai dottrinari, che sono la vera peste del nostro paese e del mondo intiero.

Vi sono persone che dicono: la rivoluzione deve essere fatta dal paese. Ciò è incontestabile. Ma il paese è composto da individui, e se attendessero tranquillamente il giorno della rivoluzione senza prepararla colla cospirazione, la rivoluzione non scoppierebbe mai... Io non ho la pretesa, come molti oziosi me ne accusano per giustificare se stessi, di essere il salvatore della patria. No. Ma io sono convinto che nel mezzogiorno d'Italia, la rivoluzione morale esiste: che un impulso energico può spingere la popolazione a tentare un movimento decisivo ed è perciò che i miei sforzi si sono diretti al compimento di una cospirazione che deve dare questo impulso... Semplice individuo, quantunque sia sostenuto da un numero assai grande di uomini generosi , io non posso che ciò fare e lo faccio. Il resto dipende dal paese e non da me.

Io non ho che la vita mia da sacrificare per quello scopo ed in questo sacrificio non esito punto... A quelli che diranno [in caso di fallimento] che l'impresa era d'impossibile riuscita, io rispondo che se prima di combinare di tali imprese si dovesse ottenere l'approvazione del mondo bisognerebbe rinunziarvi".

Non so fino a che punto Pisacane ne fosse cosciente ma, per certo, aveva delineato nella sua essenza non solo il federalismo anarchico ma l'anarchismo stesso almeno nella sua formulazione italiana. L'impresa di Pisacane fu stroncata a Sapri dalla mancata insurrezione di Napoli, dove i cospiratori non erano stati all'altezza della situazione. Quel fallimento fu la pietra tombale di una soluzione non solo federale e libertaria, ma anche realmente liberal democratica del risorgimento italiano.

 

Unificazione e post-unificazione

Cavour, al governo dell'unico stato che aveva mantenuto la costituzione giurata nel 1848 e che aveva ceduto agli austriaci solo dopo dure sconfitte, di fronte al tingersi di socialismo antistatale del movimento rivoluzionario, ebbe buon gioco a piegare alla soluzione sabauda anche chi, come Mazzini, era repubblicano ma fieramente unitario e anticlassista,e chi come Garibaldi, era un movimentista nato ma assillato dai problemi strategici di una guerra contro l'Austria che rimaneva la più grande potenza continentale. Sui ceti possidenti la sua opera di persuasione non fu difficile. Questi avevano intuito dai fatti del '48 quali sconvolgimenti anche sociali potevano attendersi da una vera e propria rivoluzione, ed erano ormai in gran parte disponibili ad una unificazione sotto la rassicurante monarchia dei Savoia. Valga per tutti l'esempio di Bettino Ricasoli, rappresentante della più antica ed orgogliosa nobiltà imprenditoriale toscana… Dove fu veramente abile fu in campo internazionale, riuscendo a convincere Francia ed Inghilterra che l'Italia, se non unita sotto i Savoia, poteva diventare la culla di un pericoloso focolaio rivoluzionario non solo nazionale ma sociale. Così strappò un alleanza alla Francia, che dette al Piemonte la Lombardia, e a Londra un appoggio che coprì l'impresa dei mille. Pisacane aveva visto giusto considerando il meridione maturo per la rivoluzione. Ai mille di Garibaldi che, tre anni dopo, risalirono il mezzogiorno, fecero da avanguardia e retroguardia le rivoluzioni contadine che tagliavano l'erba sotto i piedi all'"antico" regime. Ma Garibaldi non era Pisacane e molti dei suoi ufficiali, anche se erano stati con Pisacane o ne avevano apprezzate le idee, erano ancora ipnotizzati dall' UNITÀ a tutti i costi,dal prestigio di Mazzini e soprattutto di Garibaldi,allora logicamente alle stelle. L'ultima parola toccò in sostanza proprio a lui. A Napoli liberata arrivarono sia Cattaneo che gli inviati di Mazzini. L'uno perorando l'idea federalista, gli altri quella di proclamare subito una repubblica da cui partire per scalzare i Savoia. Garibaldi si trovava di fronte ad una complessa situazione internazionale che poteva trasformarsi da un momento all'altro da favorevole a sfavorevole. Preferì consolidare quanto fatto in attesa di tempi migliori, rigettando i suggerimenti degli uni e degli altri. Ma al fondo la scelta l'aveva già fatta quando,invece di mettersi alla testa della rivoluzione contadina, aveva ordinato ai suoi comandanti di sparare sulla gente. E la gente del sud, in nome di quella stessa rivoluzione tradita da Garibaldi, non aveva messo molto tempo a schierarsi su posizioni di rinnovata lealtà a Franceschiello che, messo alle strette, tutto prometteva al popolo contro la nobiltà che lo aveva tradito.

Quando Garibaldi entrò a Napoli, era già iniziata quella guerra sociale chiamata "brigantaggio",che in quattro anni costò più vite, e soprattutto innocenti, di tutte le guerre del "Risorgimento". Una guerra condotta da ambo i lati con tale barbarie da seccare letteralmente l'anelito liberatorio che era stato il motore primo del movimento unitario. Su quelle basi lo stato italiano nacque estremamente accentratore e diffidente verso ogni istanza sociale. Questa fu vista pericolosa non solo verso il concetto di proprietà ma anche verso quello di unità nazionale, ormai identificata nella soluzione sabauda. Basti pensare alle fobie dell'ultimo Crispi che, a più di venti anni dall'unificazione, vedeva nei moti della fame, nati nella sua terra, una manovra francese per smembrare l'Italia. Rimase comunque, ed anzi si accentuò, il problema di dare un equilibrio stabile ad uno stato in cui erano confluite tradizioni amministrative, legislative, culturali e linguistiche, profondamente diverse.

Non per nulla il primo a pensare in termini di decentramento fu lo stesso Cavour, e dopo di lui, meno Giolitti, quasi tutti gli altri presidenti del consiglio; in particolare Minghetti e lo stesso Crispi prima maniera. Ma furono tutti progetti di "decentramento" visto in senso amministrativo e mai come le basi per un generale riassetto del paese. Comunque le lobby parlamentari ebbero sempre buon gioco ad affossare anche quei progetti, gelose delle proprie prerogative e timorose della carica sociale che andavano sempre più assumendo i concetti autonomisti. In realtà in Italia già il primo periodo postunitario fu caratterizzato dalla nascita della cosiddetta "questione sociale".

A Napoli un gruppo di elementi di primo piano del movimento garibaldino e conoscitori di Pisacane, come Giuseppe Fanelli e Saverio Friscia, si pongono il problema di quanto fino allora fatto. Hanno partecipato alla repressione del brigantaggio ma proprio per questo conoscono bene la miserabile condizione contadina e l'asfissiante burocrazia piemontese. Pur repubblicani non rinnegano l'edificio nazionale che hanno contribuito a costruire, ma proprio per questo vogliono dargli un nuovo contenuto. Un contenuto che non più essere la sola formula mazziniana di repubblica e cooperazione. Fondano una rivista: "Libertà e Giustizia", dove per giustizia non si intende più quella formale ma quella sociale, e per libertà quella delle concrete autonomie. Stendono un programma che al punto XII chiede: "Il riordinamento delle libertà comunali e provinciali sulle basi di una completa autonomia amministrativa, derivante dal suffragio universale, con pochi funzionari eletti e ben pagati, ma però soggetti alla più seria responsabilità nell'esercizio delle loro funzioni. Il discentramento alleggerirebbe assai sensibilmente i bilanci passavi e darebbe ai Comuni e alle Provincie il più largo sviluppo locale e si avrebbe così nel Comune, il compimento dei bisogni ed interessi di tutti i suoi abitanti, nella Provincia, l'espressione ed il compimento di tutti i Comuni, nella Nazione la espressione e il compimento dei bisogni e degli interessi di tutte le provincie. Costituirebbe così libera e vivente l'unità della Nazione, non già questa unità centralistica e burocratica, bancaria e militare, nel di cui nome ed interesse siam tutti come fummo, oppressi e rovinati: realizzerebessi così l'abolizione di quella grande enormità che si chiama Gendarmeria o Polizia di Stato, attribuendosi ai Comuni e alle Provincie, le competenze della publica sicurezza."

Forse siamo più vicini al pensiero di Cattaneo che all'audacia di Pisacane eppure la via intrapresa dai napoletani avrebbe trovato sbocco su quest'ultimo. A fare da lievito, fino alle estreme conseguenze, di quelle prime riflessioni nell'Italia ormai unita, fu Michael Bakunin.».