IL TERRORISMO ALBERGA NEL POTERE

di Domenico Liguori

In questo particolare momento in cui in Italia un governo di tecnocrati semina provvedimenti di lacrime e sangue a danno delle fasce sociali meno abbienti … ecco che puntuale il Potere, quello con la P maiuscola, come in un film già visto, rispolvera dai suoi armadi il pericolo del terrorismo anarchico, la caccia all’anarchico bombarolo, la sua tanto amata equazione anarchia = violenza = terrorismo.

Quanto andrò ora a scrivere potrà sembrare diretto a quelle testate giornalistiche e a quei pennivendoli che asserviti al potere intendono far passare nella pubblica opinione l’equazione anarchia = violenza = terrorismo, ma almeno nelle mie intenzioni non è affatto così. Ciò di cui andrò a trattare auspico che possa invece giungere a tutte quelle donne e quegli uomini che il potere vuole perennemente sottomessi alle sue angherie, iniquità, barbarie, perché ad essi e solo ad essi è diretto. È ad essi diretto con l’auspicio che possa stimolarli a ricercare la verità vera, quella verità che mai nessun pennivendolo di mestiere svelerà mai, quella verità che ci dice che il terrorismo alberga nel Potere, perché congenito alla sua natura.

 

Sono trascorsi ormai più di quarant’anni da quando abbracciai l’Anarchismo

 

Abbracciai l’anarchismo perché amavo allora, così come continuo ad amarle oggi, la Libertà, la Giustizia Sociale, l’Uguaglianza, la Solidarietà … parole che ritengo tutte sinonimi, parole diverse che esprimono dei grandi valori che coincidono nell’essenza, parole che a mio parere risultano storpiate nel loro significato se solo separate l’una dalle altre. Abbracciai l’anarchismo come mezzo per costruire l’anarchia perché vedevo l’origine di tutte le iniquità sociali nel Potere, perché ritenevo che esso e solo esso fosse il mezzo/fine dell’iniqua società in cui noi esseri umani venivamo allora, così come veniamo oggi, costretti a vivere.

Rifiutavo allora le sirene comuniste, le sirene di quel comunismo movimentista o di partitini e partiti che continuavano ad ispirarsi con venature critiche o meno alla “rivoluzione” bolscevica, alla “rivoluzione” maoista, al riformismo capitalista socialdemocratico. Rifiutavo quelle sirene non perché rifiutavo il Comunismo, ma semplicemente perché non le ritenevo affatto comuniste.

Per me la parola comunismo era un altro sinonimo delle parole sopra riportate (libertà, giustizia sociale, uguaglianza, solidarietà). Allora giovanissimo, cresciuto in una famiglia che votava in maniera profondamente convinta PCI, che viveva il Partito quasi come fosse un Dio, un Dio che avrebbe portato il Comunismo in terra … nel pieno bollore del sessantotto prima e dell’autunno caldo poi, pensavo fra me e me: ma ci può mai essere Comunismo laddove non ci sono la Libertà, la Giustizia Sociale, l’Uguaglianza, la Solidarietà?

E ci possono mai essere la Libertà, la Giustizia Sociale, l’Uguaglianza, la Solidarietà laddove non c’è Comunismo? Si può mai realizzare il Comunismo servendosi di “rivoluzioni” che a un Potere sostituiscono un altro Potere, che ad una forma di Stato sostituiscono un’altra forma di Stato?

Si può mai realizzare il Comunismo servendosi di pratiche riformiste capitaliste e democratiche che delegano la realizzazione del Comunismo ad altri con la prassi del voto?

Ed è proprio ragionando in questi termini che abbandonai il paradosso de “il fine giustifica i mezzi” ed abbracciai la linearità de “la coerenza mezzo/fine”. Abbandonai la strada paradossale che mi veniva indicata dal Potere per realizzare il Comunismo ed abbracciai la strada lineare che per la realizzazione dello stesso mi veniva invece indicata dalla Libertà, dalla Giustizia Sociale, dall’Uguaglianza, dalla Solidarietà.

Divenni anarchico perché innamorato della coerenza mezzo/fine che dell’anarchismo/anarchia ne rappresenta il perno. Divenni anarchico facendo profondamente mio il dire di E. Malatesta laddove egli afferma che “chi sbaglia strada, non va dove vuole, ma dove lo porta la strada percorsa.".

Mi convinsi che per realizzare il Comunismo, che è essenzialmente Libertà, necessita necessariamente servirsi della Libertà. Compresi che il Potere produce Potere e la Libertà produce Libertà. Compresi che il Comunismo si può solo e semplicemente realizzare con la Libertà.

Giovanissimo insieme ad altri giovanissimi, in un periodo in cui gli anarchici, l’anarchia, l’anarchismo venivano indicati da tanta pubblicità mediatica come sinonimi di terrorismo (erano i primi anni settanta, gli anni del post Strage del 12 dicembre 1969, ormai nota come “Strage di Stato”) ci associamo, demmo vita nella nostra Spezzano Albanese in provincia di Cosenza al Circolo Culturale Libertario “G. Pinelli” e iniziammo così il nostro impegno nel sociale proiettato verso la realizzazione del Comunismo Anarchico.

Come tanti altri anarchici in Italia ci impegnammo allora nella controinformazione per denunciare il Terrorismo di Stato, quale artefice della Strage del 12 Dicembre, per denunciare l’assassinio di Pinelli avvenuto nei locali della questura di Milano, per ribadire l’innocenza di Valpreda e degli anarchici.

Chi non si ricorda le tre verità che erano allora scritte sui muri di tutta l’Italia, tre verità racchiuse in un unico e semplice slogan: “Valpreda è innocente, Pinelli è stato assassinato, la Strage è di Stato”.

Contemporaneamente profondevamo il nostro impegno sociale nelle problematiche locali mettendo a nudo l’operato scandaloso di un’amministrazione municipale assoluta del PCI che ammantandosi ipocritamente con la parola Comunismo metteva in atto clientele, ricatti, minacce repressione, pur di difendere il suo potere dalle azioni di lotta degli anarchici e dei libertari che prendevano sempre più piede tra le fasce sociali meno abbienti del paese, azioni che venivano dal sindaco di allora dipinte come “qualunquiste e serve sciocche della Democrazia Cristiana”.

Per tredici anni (dal 1973 al 1986) militammo all’interno del Movimento Anarchico Italiano privilegiando con altri gruppi e individualità, in reciproca condivisione, rapporti, scambi di idee, confronto, iniziative.

Nel 1986 aderimmo alla FAI – Federazione Anarchica Italiana, alla FAI costituita a Carrara nel 1945.

Da circa un trentennio insieme alle compagne e compagni della FAI, Gruppi e Federazioni locali, individualità abbiamo condiviso e messo in atto il nostro impegno in molteplici iniziative sociali che vanno dalle lotte nel mondo del lavoro a quelle del cosiddetto precariato, dall’antimilitarismo all’antirazzismo, dalle lotte ambientali a quelle del No TAV, dall’autogestione degli spazi pubblici all’autogoverno in senso lato, tutte iniziative protese alla realizzazione di una società altra, una società dove il dominio e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo rappresentino solo il ricordo di un triste passato, una società dove le donne e gli uomini possano vivere tra loro nella libertà e nell’uguaglianza e in armonia con tutto ciò che li circonda.

 

A proposito di pennivendoli ed imbratta fogli

 

Quante persone come me, prima di me, dopo di me, insieme a me, o perché no, nello stesso mio frangente storico hanno maturato un percorso identico, similare, affine al mio abbracciando l’anarchismo quale strada per realizzare l’anarchia e sperimentando, pur tra mille contraddizioni e mille conflitti, il voler iniziare a vivere nel qui ed ora nella libertà, nella giustizia sociale, nell’uguaglianza, nella solidarietà … sì, nel qui ed ora, perché se si vuole veramente dar vita ad una società altra non bisogna aspettare la rivoluzione che distrugga il presente e costruisca poi il futuro ma necessita che la rivoluzione la si faccia quotidianamente nella conflittualità col presente, la si faccia distruggendo Potere e costruendo Libertà.

Quante persone come me abbracciando l’anarchismo e l’anarchia hanno scelto di vivere e lottare nel qui ed ora per una società di libere ed uguali … ora, immaginate come possano sentirsi tutte queste persone quando svegliandosi la mattina accendono quella scatola di TV o sfogliano i giornalacci di regime e ascoltano o leggono di anarchismo, anarchia, anarchici come sinonimi di violenza, di terroristi … ascoltano o leggono della FAI – Federazione Anarchica Italiana, quale autrice di azioni terroristiche … etc.

Etica vorrebbe che chi emana messaggi con la parola o lo scritto, messaggi che entrano in ogni casa, che giungono in ogni luogo, messaggi che vanno a toccare la sensibilità di tante persone, si mettesse al servizio di un agire etico, e prima di parlare o scrivere interrogasse la propria coscienza sul fatto se le sue affermazioni possano andare a ledere, diffamare, calunniare le idee e le azioni di altri o semplicemente andare a ledere, diffamare, calunniare l’integrità di un’idea, di un’azione e prassi sociale storicamente consolidate. Ma evidentemente parlare di etica a coloro che l’etica l’hanno ormai calpestata dal giorno in cui hanno deciso di vendersi al Potere, è tempo perso. È tempo perso parlare di etica a coloro che hanno venduto, come si suole dire, l’anima al diavolo. E in tal caso “il diavolo” è il Potere ed i venduti sono tutti quei pennivendoli, quegli imbratta fogli, quei ciarlatani che parlano e scrivono dietro ordini ricevuti che si risolvono naturalmente in compensi in denaro. A queste persone, poco importa offendere, calunniare, diffamare …. a queste persone, siano esse maliziose, ignoranti, pressappochiste importa solamente che percepiscano la “tangente” per i servizi resi al Potere.

Viene loro detto che devono scrivere di terrorismo anarchico e di terroristi anarchici, che devono scrivere sull’equazione anarchia = violenza: presto fatto! Viene loro detto che devono confondere nei loro fogli imbrattati la FAI informale con la storica FAI – Federazione Anarchica Italiana: presto fatto!

Non so, se queste persone misconoscano i valori che permeano l’anarchismo nel pensiero e nella pratica, non so se queste persone misconoscano la FAI storica, la Federazione Anarchica Italiana, se misconoscano l’impegno nel sociale che Gruppi, federazioni locali e individualità della FAI - Federazione Anarchica Italiana portano avanti da circa un sessantennio, a viso aperto, a fronte alta, al fianco di lavoratori, di precari, di immigrati, del popolo No Tav, etc.; non so se misconoscano tutto ciò, ma in ogni caso ritengo di certo che prima di scrivere le loro infamie sicuramente non si preoccupano minimamente di informarsi in merito.

Scrivere ad esempio in articoli o servizi giornalistici riferiti all’attentato subito dal dirigente dell’Ansaldo Nucleare semplicemente FAI e non FAI informale, non significa forse seminare confusione?

Non dico che dovrebbero interrogarsi, informarsi e scrivere sul perché, all’incirca un decennio fa, la nascente federazione anarchica informale abbia deciso di dotarsi dello stesso acronimo della Federazione Anarchica Italiana; non dico che dovrebbero trattare nei loro articoli dei dubbi che attraversano non solo molti anarchici ma anche ambienti non di certo anarchici, i quali si domandano se l’appropriarsi di un acronimo di già esistente non alluda ad una vera e propria provocazione ideata chissà da chi e chissà dove … in fondo l’Italia delle istituzioni, l’Italia dei governi, delle questure, dei servizi segreti, delle mafie, delle stragi, non si è mai rivelata immune da misteri di tale natura e ancor più terrificanti, o no?

Non dico che dovrebbero far questo ma almeno mostrare un po’ di pudore laddove parlano della FAI Informale e non scrivere solo e sempre FAI, FAI, FAI senza specificare che si tratta invece della cosiddetta FAI informale. Non fare almeno questo, quando la FAI - Federazione Anarchica Italiana ha già avuto modo di ribadire in più di un’occasione il suo chiaro e lineare No all’avanguardismo lottarmattista, in quanto prassi autoritaria che si sovrappone all’azione popolare, e il suo altrettanto chiaro e lineare Si alle lotte sociali, all’azione diretta popolare per una società di liberi e eguali; non fare questo e confondere volutamente l’acronimo FAI dei cosiddetti “anarchici informali” con l’acronimo FAI della Federazione Anarchica Italiana estendendo per giunta all’anarchismo e a tutti gli anarchici l’equazione anarchia = violenza, terrorismo, è sicuramente malafede.

Come malafede è far passare un drappo rossonero posto alla lapide di Pinelli, quasi come un atto terroristico, mentre si tace sul terrorismo degli Stati, dei Governi, dei Padroni, delle Banche, ossia sul terrorismo delle guerre, sul terrorismo contro gli immigrati, sul terrorismo contro i popoli della Val Susa, sul terrorismo contro chi viene licenziato dopo essere stato per anni ed anni sfruttato, sul terrorismo contro chi non può andare in pensione nonostante abbia di già speso quarantanni di lavoro perché la sua età anagrafica è ancora troppo lontana dalla cosiddetta aspettativa di vita, sul terrorismo contro chi viene lasciato senza salario e senza pensione, sul terrorismo che le tasche dei padroni, dei burocrati, dei politici, delle banche non vanno mai toccate, etc. . Comunque non saranno di certo le infamie, frutto della malafede di coloro che si comportano da servi del Potere, e non sarà di certo neanche la violenza e il terrorismo di cui il Potere è l’unico artefice nonché detentore,, a fermare l’anelito di Libertà di cui l’anarchismo sociale è portatore.

 

Domenico Liguori

della Federazione Anarchica “Spixana” - FAI