CONTRO LE GUERRE E CONTRO GLI STATI SEMPRE E COMUNQUE

 

“Chi dice «Stato» dice necessariamente «Guerra».”

(P. Kropotkin)

Non è facile dare una lettura obiettiva delle rivolte popolari che negli ultimi mesi hanno interessato i popoli del Nord Africa e degli avvenimenti bellici che a tutto oggi continuano a interessare la Libia.

Non è facile perché le notizie che si hanno a disposizione arrivano filtrate dai media dei regimi occidentali.

Dunque, andare alla ricerca della verità - sempre ammesso che si voglia credere che gli avvenimenti storici possiedano una verità e non tante verità, al pari di quanti risultano essere gli attori degli stessi e le letture e le analisi che su di essi si effettuano - diventa un’ardua impresa.

Ben diverso sarebbe, invece, se si fosse sul posto, nel vivo degli avvenimenti e si cercasse di dare una lettura critica degli stessi, che per quanto personale potesse apparire ad altri, non apparirebbe certamente del tutto tale a chi invece l’avrebbe effettuata, perché consapevole di averla basata su dei dati certi, vissuti o comunque raccolti in prima persona. Pertanto, ciò che andrò a scrivere, non lo ritengo affatto come un’interpretazione obiettiva dei fatti in questione, bensì come il risultato di una personale lettura critica, basata su dati che ritengo già di per se viziati, perché provenienti da fonti interessate a presentare gli avvenimenti non come in realtà essi si svolgono, ma sulla base della piega che si vorrebbe far prendere agli stessi, affinché sfocino nell’obiettivo che si vorrebbe essi raggiungessero.

Insomma, detto in parole povere, se i dati che si hanno a disposizione provengono da certa stampa, TV e altri mezzi di comunicazione, tutti asserviti a regimi che negli avvenimenti in questione sono o cercano di infiltrarsi come parte in causa, si può pretendere di poter effettuare un’analisi obiettiva degli stessi? Ritengo proprio di no.

Per forza di cose, dunque, l’analisi che segue, non ha alcuna pretesa di mostrare le cosiddette verità in tasca, ma vuole semplicemente fungere da sprone per ulteriori letture critiche, che invece di prendere per oro colato, tutto ciò che i mezzi di comunicazione del dominio ci offrono, ci siano di ausilio nella ricerca di quelle verità nascoste che il dominio mai e poi mai avrebbe l’interesse di portare alla luce, dal momento in cui esso di menzogne vive, perché di menzogne si nutre. Ma dopo questa per me doverosa premessa andiamo pure alla questione.

Che la Tunisia e l’Egitto siano state scosse, e magari siano attualmente ancora scosse, da profonde tensioni popolari, che hanno assunto l’aspetto di vere e proprie rivolte generali e di massa che hanno in parte contagiato, tanti altri territori africani, ritengo sia innegabile. Che tali tensioni siano diretta conseguenza della barbarie sociale che tali popoli si son visti costretti a subire per opera di dittature statali feroci e sanguinarie, ritengo sia altrettanto innegabile. Che tali rivolte abbiano la sincera solidarietà di quanti uomini e donne del pianeta Terra, hanno a cuore la costruzione di una società umana di liberi ed uguali, al di fuori di ogni differenza di razza, colore e nazionalità, a parere di chi scrive è sempre innegabile. Che tali rivolte, a differenza di altri sommovimenti sociali del recente passato, si siano mostrate scevre da palesi connotati di integralismo islamico, scevre da palesi strumentalizzazioni ideate e messe in atto da guide miranti ad un ricambio dei regimi dittatoriali in carica, ma che addirittura abbiano colto di sorpresa gli istituti del potere islamico, di quello occidentale e di altre potenze mondiali, è altresì innegabile. Però, che si possa parimenti ritenere innegabile che la simpatia e la solidarietà dell’ONU, della NATO e delle altre potenze mondiali nei confronti di tali rivolte, siano state e siano sincere, come i mezzi di comunicazione di tali regimi hanno tentato e tentano ancora oggi di darci da bere, permettetemi di dire che la ritengo una vera e propria menzogna.

Credo che anche al più sprovveduto degli esseri umani, dovrebbe ormai risultare cosa alquanto risaputa che il dominio e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, di cui lo stato e la proprietà privata ne sono le fondamenta, si siano sempre storicamente alimentate di aggressioni e saccheggi a danno di interi popoli del pianeta.

Pertanto, la NATO e le altre potenze mondiali, che di tale dominio e sfruttamento esprimono oggi l’attualità, potrebbero mai gioire dinanzi alla rivolta generalizzata di un popolo che tenta di liberarsi delle catene che lo opprimono? Sarebbe un paradosso, o no? Sarebbe come se chi ti schiaccia, ti opprime, ti sfrutta fosse felice del fatto che tu ti stia ribellando a lui. Sarebbe mai possibile? Eppure è ciò che vogliono farci credere.

Insomma, la NATO e le altre potenze mondiali, che si sono costruite il loro dominio con aggressioni e saccheggi, a danno di interi popoli, che hanno messo sul trono dittatori a salvaguardia dei loro interessi di potenza (ed è questo il caso anche di Tunisia ed Egitto), veramente pensiamo che abbiano potuto godere quando i popoli tunisino ed egiziano sono scesi in piazza e per le strade contro i regimi che li opprimevano? Veramente pensiamo che la NATO e le altre potenze mondiali abbiano potuto nutrire simpatia e solidarietà verso tali rivolte popolari che chiedevano la testa di quei feroci dittatori da esse sostenuti e foraggiati a salvaguardia dei cosiddetti potentati mondiali? Semmai, hanno provato sgomento per essere stati colti di sorpresa. Semmai hanno provato paura per la piega che avrebbero potuto prendere. Semmai hanno temuto che i loro interessi di potenza fossero seriamente in pericolo. Altro che simpatia e solidarietà.

Insomma, la NATO e le altre potenze mondiali di fronte all’incalzare degli avvenimenti in Tunisia ed Egitto, hanno compreso che necessitava guidarne lo sbocco. Necessitava si esaudire le rivendicazioni popolari, ma necessitava altresì prendere tempo per trovare un nuovo equilibrio ai loro interessi di potenza: abbandonano Ben Ali, il dittatore tunisino, e poi Mubarak, il dittatore egiziano, e sostengono pari tempo i governi di transizione tunisino e egiziano. L’urgenza di dotarsi di una nuova e complessiva strategia di controllo imponeva comunque ben altro per potersi garantire nel tempo la politica di potenza, ed è in questo modo che si giunge allo scoppio della questione libica.

Difatti, in Libia, a differenza che in Tunisia ed Egitto, che la rivolta presentasse ben poche caratteristiche di rivolta popolare generalizzata risultò subito lampante. Abbastanza evidenti erano le contraddizioni che inducevano a nutrire seri dubbi in merito:

  • una rivolta di popolo non unitaria ma divisa (gli insorti contro Gheddafi da un lato nella Cirenaica con all’interno un ex ministro dello stesso Gheddafi che i media qualificano come capo ed i sostenitori di Gheddafi dall’altro nella Tripolitania);
  • le armi di cui risultavano foraggiati gli insorti (quale la provenienza? Espropriate all’esercito libico? Portate da settori dell'esercito libico confluiti nella rivolta? E in tal caso, per quale fine? Oppure fornite da settori NATO?);
  • l’entrata in campo dell’ONU e della NATO, dopo poche settimane dallo scoppio della questione libica, prima coi tavoli di discussione, dove non mancavano di già i contrasti fra gli Stati sulla spartizione del bottino e poi con la spedizione bellica, dove gli identici contrasti sembrano tutt’ora acuirsi di giorno in giorno, disegnando un’alleanza fra Stati cannibali in cui ognuno tenta di mangiarsi l’altro pur di accaparrare più bottino possibile, e naturalmente tutto a danno di donne, uomini e bambini che se non cadranno sotto le bombe di Gheddafi ci penseranno, come in effetti ci stanno già pensando, le bombe dei cannibali alleati.

Ma a mietere vittime non è solo la barbarie delle bombe ma anche la paradossale barbarie mediatica, che forse mai come questa volta è riuscita a reclutare anche fra i restii e i critici verso la guerra sulla necessità “umanitaria” di questa missione bellica, vista purtroppo come inevitabile per porre fine ai massacri delle truppe di Gheddafi. Infatti, mai come questa volta, dagli anni ’90 del secolo trascorso ad oggi, la trappola mediatica che spaccia le guerre per missioni umanitarie ha fatto più vittime, anche fra antimilitaristi convinti, che pur tra mille dubbi e perplessità non se la sentono di condannare “tout court” un’operazione bellica che può servire a porre fine alla barbarie di Gheddafi.

È vero, una simile motivazione la si può certamente ritenere umanamente comprensibile, ma a rigor di logica, si può attendere umanità da un’alleanza di Stati cannibali che sta seminando aggressioni, saccheggi e bombe su popolazioni inermi su vari angoli del pianeta?

Le bombe degli alleati che vengono sganciate sulla Libia, non credo proprio che mirino a proteggere la popolazione dalla barbarie di Gheddafi: uno, perché intanto a massacro aggiungono massacro; due, perché ritengo che il loro obiettivo sia ben altro, ossia quello di instaurare in Libia, guarda caso posta geograficamente tra Tunisia ed Egitto, uno Stato Cuscinetto che garantisca i potentati mondiali o male che vada un Governo Fantoccio che dia agli alleati ben più garanzie di quante gliene ha date Gheddafi, soprattutto in vista  dei nuovi equilibri che interessano il Nord Africa.

La verità è una: dall’abbattimento del muro di Berlino ad oggi la nuova geografia politica del dominio sul pianeta viene quotidianamente disegnata con le guerre ed i massacri che ne conseguono, dai Balcani al Medio Oriente, a territori asiatici, ed oggi tocca al Nord Africa. È questa la partita che gli alleati stanno giocando in Libia e nient’altro. Tutto il resto è solo guerra psicologica (infowar) protesa a pianificare la propaganda allo scopo principale di influenzare le opinioni, le emozioni e il comportamento di quanta più gente possibile in modo tale da favorire il raggiungimento degli obiettivi, nel caso in questione, di ONU, NATO e altri Potentati mondiali.

Sia ben chiaro, quanto detto nulla vuole togliere di significato alle rivolte popolari che hanno interessato il Maghreb e altri territori, al contrario: sono segnali inequivocabili di una ripresa delle lotte contro le tirannidi, sono segnali inequivocabili di voglia di libertà, e in quanto tali vanno sostenute affinché possano crescere, consolidarsi e farsi nel tempo promotrici di una società di liberi e uguali. E la prima grande forma di solidarietà che possiamo intanto esprimere nei confronti delle stesse e nello stesso tempo intralciare i disegni egemonici dei Potenti, è quella di dimostrare con la lotta e con la mobilitazione nelle piazze e nelle strade dei luoghi dove ognuno di noi vive e lavora che siamo per l’autodeterminazione dei popoli, per l’autogoverno sociale, contro le guerre e contro gli Stati sempre e comunque.

 

Domenico Liguori